Polenta, una tradizione che viene da Colombo

La storia della polenta è storia di costume. Cibo di uso antichissimo nell’area mediterranea, in tempi lontani veniva fatta con miglio, orzo, segale, castagne e farro e condita con latte, formaggio, carne di agnello maiale e salsa acida. i Romani, lo chiamavano puls e più tardi pulmentum. Fino a quando arrivò dall’America, il granoturco. Cristoforo Colombo al ritorno dal primo viaggio nel Nuovo Continente portò con sé alcuni semi di una pianta chiamata mahiz, coltivata da Maya e Aztechi da tempi remotissimi. Nel suo diario americano, in data 5 novembre 1492 l’ammiraglio genovese scriveva di aver trovato una pianta mai vista prima, con il fusto molto alto e tanti chicchi del colore dell’oro. La prima coltivazione di mais documentata nel Nord Italia risale in Val Camonica, da parte di un nobile, Pietro Gajoncelli. In ogni modo fu in quegli anni lontani che anche gli italiani impararono a ricavare dal mais la farina gialla per ottime polente. Primi fra tutti i veneziani, che la reinventarono  con il baccalà (alla vicentina) o alla maniera di Asiago (con latte, burro, patate e cipolle), con gli uccelletti o in “torta” con ragù di carne e poi passata in forno. Ben presto l’uso della polenta si diffuse in tutta Italia, soprattutto tra le popolazioni più modeste, ovvero quelle di allevatori e contadini. Nel teramano, la polenta chiamata fracchiata, era considerata un piatto quaresimale. Era fatta con farina di ceci rossi, di fagioli, di cicerchie, si condiva con olio crudo, con soffritto di cipolla, oppure con sarde salate, spezzate e rosolate in olio. Fino ai giorni nostri il massimo della tradizione è mangiare la polenta sulla spianatoia, con i commensali intorno al desco comune, come ai tempi delle famiglie patriarcali.

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